Ciao a tutti, come avete visto il blog sta cambiando. Sto cercando di fornirvi il maggior numero di informazioni così magari possa essere più utile di prima.
Ho parlato con Eleonora e il Professore e così abbiamo deciso di dare dei titoli più consoni ai post. Spero che se anche non scrivete molto abbiate dei vantaggi da questo spazio. Mi farebbe piacere che mi scriveste qualcosa, qualche consiglio o che semplicemente utilizzaste di più questo spazio per delle considerazioni.
grazie a tutti
giovanna
Benvenuti
Questo spazio è stato pensato per tutti i partecipanti al corso di Museografia e Allestimento, tenuto dal Professor Carlos Basualdo alla Facoltà di Design e Arti, presso lo IUAV di Venezia.
giovedì 17 maggio 2007
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26 commenti:
Dear all, I look forward to your questions and comments. Thanks very much Giovanna and co. for opening the blog. Best regards
Carlos
Ciao a tutti,
spero abbiate ricevuto la mail con il testo in allegato.
Qualcuno ha già avuto modo di leggerlo?
A martedì
Eleonora
Buongirono a tutti!
E-mail arrivata, grazie Eleonora!
Ho il film-documentario Sketches of Frank O.Gehry - Creatore di sogni in inglese. Se vi può interessare possiamo organizzarci per vederlo insieme :-p
A presto.
Nello
ciao a tutti, mail ricevuta, grazie, ci vediamo martedì.fe
scusa eleonora, non mi è arrivato nessun testo in allegato...se me lo puoi rispedire....grazie.federica
Ciao Nello, certo che sarebbe bello vedere il film, quando vi va meglio? Potrebbbe essere mercoledì oppure giovedì alle 14.oo prima della conferenza dei brasiliani?
Cosa ne dite?
Ciao a tutti,
più che una domanda, una considerazione.
Il testo è quello di Sherman, il campo d’intensità - qui per me in questione - il termine contesto in Quatremère, quindi in Benjamin.
Dalle Considération sur les arts du dessin del 1791, Sherman sottolinea il movimento che, per Quatremère, si pone come ostacolo alla produzione di un’arte che sia grande, ossia moralmente utile. Strappare un’opera dal proprio contesto - dal luogo di una connessione tra oggetti, memorie, tradizioni locali - significa privarla delle sue impressioni accessorie: di quelle impressioni che possono essere ricevute da quanto circonda l’opera e che tutte concorrono a fare risuonare questa stessa delle armonie di un bello assoluto. Lo sguardo di Quatremère corre infatti alla settecentesca promozione di una bellezza classica e vincola il contesto nel quale solo essa risuona, alla comunicazione di un preciso messaggio morale.
Il gesto di Quatremère risiede nell’individuare nell’estraneazione dal contesto un punto decisivo, la causa del sosituirsi del freddo spirito critico al piacere dei sensi e dello spirito, il luogo dell’interruzione di un messaggio. Quanto al punto critico della sua analisi questo è, precisamente, l’unicità del messaggio di cui l’opera può risuonare.
Lo stesso violento movimento di decontestualizzazione, liberato ormai dall’ideale settecentesco, è fortemente presente nel pensiero di Walter Benjamin, di cui Sherman, tuttavia, ricorda piuttosto la riflessione sulla perdita dell’aura nell’epoca della riproducibilità tecnica delle immagini.
Nel saggio Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico Benjamin inividua nel gesto del collezionista quel movimento distruttivo attraverso il quale un oggetto che pareva ormai fermo negli scaffali della storia viene strappato al proprio contesto: alle determinazioni che lo tengono in una condizione larvale, di apparente assenza di vita; che viene, attraverso questo stesso gesto, restituito alla possibilità di esistere nella società dalla quale era stato staccato. È questo un movimento dal carattere rivoluzionario, detto distruttivo del continuum della storia nelle Tesi di filosofia della storia, e che è della stessa natura di quel gesto che nel teatro brechtiano, attraverso la tecnica dell’estraneazione, viene interrotto nel proprio corso. Che nell’interrompersi, in ciò stesso si espone. Strappare dal contesto, interompere, distruggere un continuum è, per Benjamin, come citare. In Che cos’è il teatro epico, scrive infati: “Citare un testo implica interrompere il contesto in cui rientra. […] ‘Rendere citabili I gesti’, è questo uno degli esiti essenziali del teatro epico.” Interrompere per mostrare, citare, è quel gesto che si compie per chiamare in giudizio, per portare un testo, un’opera un oggetto, all’ora della sua conoscibilità, all’appuntamento che questo ha con noi. Che, noi, avevamo dimenicato. È in quest’ora, nell’ora di una vita ulteriore, che balena per noi l’immagine storica. Che a noi si offre come costellazione, come un cristallo d’immagine.
Sia in Quatremère che in Benjamin centrale è il rapporto al contesto. Diverso, il segno che viene attribuito al movimento di strapargli un oggetto. Altrimenti non può essere, giacchè l’intenzione del primo è quella di salvaguardare uno specifico ideale, quella del secondo d’indicare un gesto che, dagli ideali in cui si ipostatizzano i discorsi dei vincitori, precisamente, possa liberarci.Vicina è anche l’idea di una risonanza tra gli elementi del contesto: che costituiscono l’armonia classica della quale risuonava l’opera trafugata da Roma del discorso di Quatremère, che individuano la nuova aggregazione nella quale è possible per noi il darsi di un rapporto di contemporaneità alle cose, nel gesto benjaminiano.
Importante, probabilmente, è sottolineare che strappare al contesto è primariamente, in Benjamin, capacità di tenersi in relazione con l’oggetto, ovvero, allo stesso modo, di garantire all’oggetto relazioni possibili. Non è certamente, sia detto, la creazione di isole prive di tempo o perse nel tempo.
Giorgio Agamben, nell’analisi della natura del tempo messianico contenuta ne Il tempo che resta, individua, nella condizione di una vita nel Messia, la capacità di far uso della propria condizione.
Liberare dal contesto in senso beniaminiano è restituire all’uso quell’opera che può risuonare, per noi, di una nuova aggregazione.
Scusate l'assenza di corsivi nel testo appena postato, vedo ora che vanno definiti in linguaggio html,
un saluto,
chiara
Ciao a tutti!
Probabilmente ne avete già avuto notizia attraverso la home page Iuav, comunque, per chi non avesse avuto occasione di leggerla o non si fosse trovato in un passa-parola, domani il laboratorio finale di arte tenuto da Nicolas Bourriaud ospiterà Philippe Parreno. L'incontro si terrà alle 15.00 presso i Magazzini Ligabue.
Sentita anche Eleonora, che ho incontato oggi da Bourriaud, vi propongo di partecipare all'incontro che dovrebbe avere una durata di circa un'ora per, poi, cominciare la nostra lezione.
Che ne dite?
La cosa migliore sarà trovarci comunque in aula G alle Terese per eventualmente decidere, se la classe sarà d'accordo, di muoverci verso i magazzini.
Un saluto a tutti,
chiara
ps Il film di Sydney Pollack su Frank O.Gehry si potrebbe vedere giovedì alle 13.00, 13.30. Che ne dite? Avrete notato che il giovedì a quest'ora si tiene un cineforum proprio in Aula G. E' un'iniziativa che ho curato l'hanno scorso, alla quale quest'anno non ho dato che l'input. Mando una mail ai ragazzi per chiedere se vogliono proiettare Sketches of Frank O.Gehry . Altrimenti, se già hanno pubblicizzato un altro film, possiamo chiedere un'altra aula.
buona serata a tutti,
chiara
Venerdì va bene, anche perchè l'aula dovrebbe già essere nostra quel giorno...quindi sia per il cineforum che dopo...
buona serata
Una considerazione sui fantasmi…
Si è detto in classe che l’attrazione per il principe è quanto oggi come allora, in una voce o in nella sua eco, ci dice e ci diceva di varcare la soglia del museo. Se ne è parlato, in particolare, in relazione al lucore di un prestigio che al cospetto del principe – o per lui del suo fantasma – esercitava su noi quel fascino dal quale venivamo un tempo rapiti e che oggi, per la sua stessa assenza, si suggerisce a noi.
Principe è soprattutto colui che sopra ogni altro è libero. Ab solutum, appunto: che è sciolto, vale a dire, da vincoli di obbedienza
Mi sembra dunque si possa provare a pensare il perdurare di questa fascinazione come a quell’attrazione che l’autonomia stessa, che dicevamo del museo, esercita su di noi. Cercare l’opera in un museo, nel museo entrare per sprofondare in un passato che si tiene sempre ancora un passo indietro rispetto a noi, è forse ripetere a noi stessi la promessa di una zona franca, rilucente di una vita singolare che è quella del principe.
Tuttavia questo spazio, questo spazio rispettato, è lo stesso spazio che, anche, profaniamo furtivamente, quando appena siamo coscienti di aver parlato non le parole del principe, ma di avere immaginato il principe stesso parlare delle nostre.
Questo gesto animato da un doppio movimento e che compiamo rispetto alla nostra posizione nel discorso di un ordine museale come nell’alleanza che sanciamo con l’autore di un’opera in cui stia contratto ai nostri occhi il fascino dell’autonomia, è probabilmente quel gesto nel compiere il quale, insieme, si rende per noi possibile strappare le nostre stesse parole al loro contesto (per ricordare la citazione benjaminiana cui ho accennato in relazione a Quatremère), all’ordine di un discorso in cui siamo comunque già sempre stati presi.
Ciao Eleonora,
per la proiezione: venerdì dalle 13.30 alle 15.00, per alcuni di noi, c'è il seminario di storia dell'arte contemporanea.
Ho appena incontrato Marco Baravalle che mi ha detto che l'incontro con Philippe Parreno, slittato a domani, si terrà alle 12.30 presso i magazzini, nell'aula del corso di Bourriaud.
buona serata,
chiara
...giusto per aggiungere qualche parola al soliloquio: i ragazzi del cineforum hanno dato la disponibilità a proiettare Sketches of Frank O.Gehry, che dura 82', alle 14.00 di questo giovedì, in aula G.
Ciao!
chiara
Buonasera a tutti, sì Parreno è domani alle 12.30. ci vediamo lì.
Per il film facciamo giovedì alle 14, cosa dite?
ciao a tutti,
ricapitolando: domani ci si vede alle 14.00 per il film di Gehry e poi alle 16.30 andiamo a vedere i brasiliani?
a presto
silvia
Ciao Silvia,
sì, 14.00 aula G per il film poi Brazil!
Porti tu il film, Nello? Se sei in facoltà già a partire dall'una, se vuoi, puoi anche lasciare il cd a Chiara Beltramini, che sarà già in aula per la proiezione del film di Alina Marazzi.
ciao,
chiara
Ciao a tutti,
per chi non c'era all'incontro con i ragazzi che rappresentano il Brasile alla biennale:
ciò che porteranno in biennale è la ricostruzione del Morinho, una favela miniaturizzata che negli anni hanno costruito con mattoni rotti e poi colorati all'interno della favela dalla quale provengono, nella quale rappresentano le loro storie, che filmano e diffondono.
In questo momento in biennale, nel giardino dietro il bookshop (oppure, possiamo anche dire, davanti al padiglione americano, come sottolinea Storr...) ci sono delle collinette arificiali e alte pile di mattoni da rompere.
Chi volesse entrare in biennale questi giorni per aiutarli e partecipare a questa costruzione - che è poi un gioco, dovrà solo dire in ingresso che sta andando a lavorare all'allestimento brasiliano.
Un saluto a tutti,
chiara
Una riflessione non espressa sull'incontro appena conclusosi con Luca Massimo Barbero.
Si è parlato di visibilità. Mi sembra che la reale visibilità che sia emersa attraverso il suo allestimento delle opere di Fontana sia l'ora della visibilità cui le opere giungono quando riescono ad essere riattualizzate. E che riattualizzazione sia, per un curatore, la capacità di cogliere nel lavoro dell'artista l'indizio da tradurre nel discorso allestitivo. In Fontana questo indizio è la natura scultorea, più che pittorica, delle opere. Che si traduce dunque, nel momento dell'attualizzazione nella mostra, nella capacità di modulare, nel più concreto e fisico dei sensi, il corpo complessivo di queste opere allestendole in maniera da non perderne il diacronico significato storico e il respiro, sincronico, nello spazio. Se allestire Pollock è creare una mostra 'murale', e gestire la distanza dal muro, lavorare con Fontana è invece pensare al discorso dell'esposizione in senso scultoreo. Mi chiedo allora quanto possa aver pesato per il curatore non potere svolgere pienamente questo indizio raccolto, nel momento in cui a New York le condizioni dell'allestimento si sono date in maniera già fortemente vincolata ad una prassi che consente minore libertà nell'allestire una mostra. Dove a Venezia la qualità particolare della mostra stessa è stato l'aver potuto cogliere l'indizio scultoreo presente nelle opere per tradurlo nel loro allestimento e modulare le opere stesse nello spazio attivandone le relazioni e restituendone il discorso.
chiara
Ciao a tutti,
alcune note emerse dall'intevento del prof. Barbero che penso ci serviranno per i nostri 'esercizi di allestimento':
- percorso come racconto, con tanto di incipit ed explicit;
- lavorare tanto per un pubblico a noi contemporaneo quanto per l'artista (studiando gli allestimenti per capire come voleva essere mostrato- o come vuole essere mostrato);
- tenere presente il corpo dello spettatore coi suoi sensi;
- metodologia di lavoro: disegni preparatori, figurine ingigantite delle opere poste sulla fotocopia della piantina della sala.
Non dico che questi debbano diventare dogmi o schemi da seguire, ma possono servire come spunto per eventuali future riflessioni.
Grazie per l'attenzione e l'interesse che avete dimostrato.
A domani
Sono d'accordo con Chiara sullo statuto scultoreo delle opere di Fontana, ma volevo citare a questo proposito Svetlana Alpers che ha osservato una cosa a mio parere bellissima. Ogni quadro se posizionato e osservato nella sua orizzontalità può divenire mappa. Un percorso, un racconto con tutte le traiettorie da percorrere, nella simultaneità degli eventi che ne rendono sempre effetti di realtà.
L'accostamento in questo senso dei disegni, senso di visualità di una New York dall'alto possono avere un senso di spazialità differente da un quadro, ma anch'essi secondo me potrebbero essere letti, forse maggiormente esplicitati, nella loro orizzontalità. Da questo credo che osservarli ancora come disegni apporti un maggiore senso di piacevole scoperta.
A domani
Ciao a tutti ragazzi...
una proposta per il blog, naturalmete se tutti sono d'accordo e se Giovanna ha voglia. Si potrebbe aggiungere un capitolo dove ognuno di noi può eventualmente segnalare mostre, eventi, ecc... che ha visto anche al di fuori del corso?
Io ad esempio, dopo il tour de force biennale, consiglierei a tutti "Atopia", padiglione Taiwan, al palazzo delle prigioni...è una delle cose che mi è piaciuta di più!
Che ne dite...può aver senso una sezione del genere anche se non è strettamente legata al corso?
Alla luce di quanto affrontato fin ora e alla vigilia della formulazione di un progetto che pone non poche questioni sul piano della discussione, mi sembrerebbe interessante raccogliere alcune riflessioni in merito.
Mi chiedo a volte quale sia il senso profondo riposto nel “gesto curatoriale” che, scegliendo un’opera, decide di collocarla in uno spazio dotandola del suo valore espositivo.
Ma quale è la possibilità riposta nell’opera di creare uno spazio e per lo spazio di creare l’opera?
I tentativi di generalizzare sono sempre riduttivi poiché ogni opera, con il suo potere dischiudere un’esperienza, costituisce un evento a sé stante; al tempo stesso l’esigenza di offrire non un mero “spettacolo” ma un immagine con una durata impone la messa a punto di una posizione “politica” rispetto al proprio operato.
E quindi forse pensare ad un attraversamento che, superando il carattere cosale dell’opera, diventi emblema dell’organizzazione di un sapere e dove la sequenza sia creata dallo spettatore all’interno di un campo che proponga di ripensare il tempo e la prossimità nello spazio di un percorso che non sia imposizione di un ordine bensì mappatura del possibile e divenire immateriale di flussi.
E voi? Quali sono le vostre riflessioni dopo questi due mesi di lezione?
Comunque...a proposito delle visite guidate...volevo dire che sono d'accordo per andare a visitare sia la mostra a Palazzo Fortuny sia quella di Celant al MamBO...l'esperienza all'Arsenale è stata molto ricca e produttiva, anzi, peccato davvero non averne fatte di più! Si imparano davvero molte cose dall'osservazione diretta della disposizione delle opere nello spazio.
Forse per noi credo risulti più interessante analizzare un percorso con più opere diverse a confronto piuttosto che mostre più monografiche come quella di Beuys e Barney...oppure come quella di Katharina Fritsch (una delle artiste che preferisco!) e di Shomei Tomatsu alla Galleria civica di Modena (peraltro un po' scomoda da raggiungere) che io avrei potuto proporre.
Ciao e a presto.
ANTOVIC GORAN
Volevo segnalare il testo "Triumph on Fairmount: Fiske Kimball and the Philadelphia of Art. é una vecchia edizione del 1959 scritta da George and Mary Roberts. La casa editrice è la J. B. Lippincott Company.
Vi insrisco la presentazione del libro:
" Whwn Fiske Kimball became director of the Ohiladelphia Museum of Art in 1925, the enormous neo-classic structure wich dominates Fairmount Parkway was no more than empty shell, two wings connected by the unifisched ground floor of the main section.
In the ensuing years, Kimball made of it one of American' s great museum - no easy job, even for this ambitious, dynamic and often violent man.
A non philadelphian himself, he wooed the Old guard with a mixture of soft soap and hard knocks, and encouraged philadelphians to take an active interest in their museum. One of his first great accomplishments was getting the the famous Johnson Collection hung in the new buidig. He was a pioneer in using "real" rooms in museums and the major force in the restoration of the colonial houses in Fairmount park. In hot competition with the other big museum of the country, he patiently and relentlessly pursed top collector_ Widner, Stotesbuty,...
Il libro (che non ho letto tutto) è utile per chi fa una ricerca specifica sul museo stesso o sui musei americani in generale, descrive l' atmosfera di quel periodo, però non è che sia un testo fondamentale in ambito museologico e museografico.
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