
Aspetto allora che mi mandiate qualcosa da pubblicare!
Ecco l'intervento di Anna sulla mostra Atopia:
Segue il comunicato stampa...
ATOPIA
Il Taipei Fine Arts Museum di Taiwan è lieto di presentare, dal 10 giugno al 21 novembre 2007, al Palazzo delle Prigioni di Venezia, la mostra Atopia, a cura di Hongjohn Lin.
Atopia è un “non luogo” che, nel dinamismo politico ed economico della globalizzazione, non ha più confini. Abolizione delle frontiere, fusione e commistione di culture, spazio virtuale forgiato dalla tecnologica, consumo e produzione transnazionali... oggi, nessuna identità, da sola, può rappresentare una configurazione spaziale contemporanea. Non più espressione di volontà e
desiderio puri, i nostri corpi recano i segni della vita individuale regolamentata dalla combinazione di forze del nuovo impero, condizione onnipresente che rende possibile il vero individualismo attraverso la ricreazione e la riscrittura auto-responsabilizzante delle identità.
Ma atopia significa anche che un luogo non può essere collocato, o semplicemente essere “non un luogo”.
L’impossibilità di rappresentazioni legittime rende atopia uno stato de facto senza de jure: un luogo senza nome può essere frequentato soltanto come eccezione, contesto nel quale storie anacronistiche e siti remoti assumono tutti lo status di atopie.
Si potrebbe, ad esempio, affermare che Taiwan sia una nazione non nazionale, o una nazione senza nazionalità, ma non per questo una post-nazione o una pre-nazione: in breve, è uno stato atopico par excellence. Il suo nome citato in contesti internazionali è confusamente incoerente e infinitamente
reinventato: Taiwan (ROC), Cina (Taiwan), Cina (Taipei), Taipei/Cina, Taipei, Taipei cinese, ecc.
All’interno di queste parentesi e barre, di questi alias, un’atopia agisce “in nome di altri nomi” rivendicando la sua identità attraverso la différance, non la differenza.
La sua vera identità è sempre-già stata circoscritta da reiterate apposizioni arrestando il segreto rivelato dell’atopia.
Lo stato di incertezza creato dall’attribuzione di un nome pone in una nuova prospettiva il soggetto rispetto al grande Altro, rispondendo alla rete di intersoggettività codificata dalle realtà politiche per
aprirsi all’impossibilità. Con reiterazioni che creano l’identità in nome di altri, l’atopia allude retroattivamente al suo stato inesprimibile di fantasma, una situazione simbolicamente perversa.
Atopia mette in luce il fatto che il trasferimento di tale “non rappresentabilità” appartiene al contesto culturale e politico di Taiwan. Attraverso un intervento creativo sull’esilio auto-generato, una gestualità rivolta ai para-siti del locale, la mostra propone le manifestazioni di Taiwan all’interno della
sua mappa globalizzata: una comunità si specchia riflettendo la taiwanesità come terreno culturale, sociale e politico che compie un magico ribaltamento del gioco psicogeografico.

Tsai Ming-Liang è uno dei più importanti registi taiwanesi contemporanei che, pur essendo nato e
cresciuto in Malesia, si esprime sempre partendo dalla prospettiva della cultura locale taiwanese.
La mostra del Taipei Fine Arts Museum di Taiwan per la alla 52. Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia presenta la sua installazione ispirata al cinema “Is It a Dream?” ambientata in una sala abbandonata in Malesia, che rievoca sia l’età d’oro dell’industriacinematografica - gli anni
Settanta - sia il suo attuale declino, suggerendo peraltro un ritorno nostalgico alla terra natia dove Tsai è cresciuto. L’opera di Tsai è come una scultura nel tempo, che lentamente dispiega la sua narrazione.
Le metafore dell’assenza di una figura paterna sottolineano, nel suo lavoro, lo stato disgiuntivo dell’ordine nazionale e familiare, eco dello stato temporale e spaziale contraddittorio di What Time Is It There?: l’amore immaginario, ossessivo del protagonista, che gradualmente rivela una condizione psicotica nella concorrenza deterritorializzata tra Taipei e Parigi. Nelle opere di Tsai, il
suo personale atteggiamento - una nostalgia distante - nel riflettere la cultura locale è stranamente misterioso e ciò, a sua volta, funge da allegoria di un non luogo. L’esegesi riferita alla cultura locale - la figura politica (un grand’uomo), l’amore non corrisposto, l’incesto - è presente negli spazi incerti
rappresentati da una sauna nebbiosa o un lungofiume fangoso, metafore del perdersi in un luogo senza nome.
La fotografia documentaristica di Kuo Min Lee ritrae in maniera incisiva il rapporto tra i residenti della comunità, il loro ambiente e la loro storia e, oltre a documentare, testimonia il personale coinvolgimento dell’autore nell’attivismo sociale contro l’eliminazione di alcuni quartieri da parte del governo.
Le opere di Lee sono dunque documentaristiche, ma rispecchiano anche la sua
partecipazione attiva alla vita della città e ai suoi movimenti sociali. Tali comunità – Treasure Hill, la comunità della Forza aerea n. 1 di Sanchong, il nuovo villaggio Wenho di Banciao e, più recentemente, il lebbrosario di Losheng – sono tutte scomparse o in procinto di essere distrutte. Le fotografie di Lee raccontano la storia dei residenti, dei loro effetti personali e dei loro spazi,
dimostrando nel contempo l’esistenza di turbative e cambiamenti nell’ambiente urbano. Inoltre, documentando queste comunità e, al tempo stesso, testimoniando la progressiva scomparsa del loro potere collettivo man mano che divengono vittime di un’inesorabile urbanizzazione, Lee commenta anche il degrado politico di spazi, cose e oggetti.
L’opera di Huang-Chen Tang parte dalla descrizione di una nota cartolina taiwanese per imbarcarsi, in un video, in un’impresa pressoché ossessiva: far ricomparire un’immagine perduta in luoghi reali come la Francia, la Corea e Taiwan. Il suo video – proprio come qualunque foto turistica – vuole ripresentare e rappresentare un ricordo personale attingendo dalla cultura visiva.
Avvalendosi di un mezzo impossibile per conseguire finalità irrealizzabili – rendere un’immagine fissa con immagini in movimento, trasformare azioni individuali in uno sforzo collettivo e trasferire il locale in altri luoghi –
l’opera risulta auto-contraddittoria.
Tang è una moderna Kua Fu (un gigante della mitologia cinese che inseguiva invano il sole), che interpreta il compito dell’intraducibilità indagando il rapporto
cultura/materiale/azione. Proprio in ragione dell’inattuabilità dei suoi mezzi, l’artista è in grado di infondere nelle sue opere uno spazio infinitamente affascinante che confina con quella zona di ambiguità esistente tra azione individuale e memoria collettiva.

Shih Chieh Huang è un bricoleur che trasforma elettrodomestici in un’installazione organica simbiotica utilizzando prodotti di massa low-tech per esplorare la cultura del consumismo e la condizione umana e, attraverso i suoi assemblaggi spontanei e caotici, invenzioni non utilitaristiche costituite da oggetti riciclati, svela l’habitus culturale del locale, ma anche il proprio stato psicologico
personale.
Le sue opere non presentano una simulazione perfetta della tecnologia, bensì
propongono uno stato tecnologico alienato e cortocircuitato della realtà. I lavori di Huang sottolineano lo stato atopico della tecnologia e dell’umanità: una condizione isterica che descrive come viene immaginata la tecnologia del futuro trasmettendo esemplarmente un senso di ansia nei confronti dell’avvenire.
L’opera di VIVA potrebbe essere descritta come il prodotto della reinterpretazione delle doujinshi della subcultura giapponese (manga o anime disegnati e distribuiti dai suoi fan); eppure, mimando un’altra cultura, egli ha creato uno spazio intermedio per il locale: il passato è preservato e tradotto in
una nuova cultura contemporanea e viceversa. A differenza della maggior parte degli artisti contemporanei, che sfruttano motivi e soggetti delle subculture come fonte di ispirazione, per VIVA la subcultura è una situazione vivente della cultura e della società. L’opera di VIVA presentata ad Atopia, Overclocker’s Hell, descrive come tema principale la cultura locale della tecnofilia, una realtà all’ordine del giorno a Taiwan.
1 commento:
beh..nel complesso i giardini mi hanno abbastanza deluso tranne sophie calle
nel padiglione francese..soprattutto non ho molto amato l'allestimento del padiglione americano..ma devo rivederlo per poter essere assolutamente sicura..per l'arsenale non mi è molto piaciuta la scelta di chiudere lo spazio al centro delle sale per riservarlo ai video..si perde l'ampio respiro che è la potenza di quella sede espositiva e in più a mio parere un'esposizione che ha come caridine il video è sicuramente molto faticosa da seguire per il fruitore..
aspetto con ansia la visita di lunedì per confrontarmi con voi su questa piccola riflesione..
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